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Diario


14 novembre 2008

Siamo uno stato di diritto. Ogni tanto.

La Cassazione ha emesso una sentenza storica riconoscendo a Beppino Englaro, padre di Eluana, il diritto a far valere le volontà della figlia. Volontà non scritte, affidate al padre soltanto con le parole, ma non per questo meno vincolanti. Per una volta ha vinto la giustizia e, come ha detto Beppino, l'Italia ha dimostrato di essere «uno stato di diritto». La schiena dritta della Suprema Corte non è piaciuta al Vaticano, per mons. Fisichella la Cassazione «manda a morte una ragazza». Trai fondamentalisti cattolici devoti e proni merita una menzione speciale il Sen. Alfredo Mantovano che ha usato parole molto pesanti: «Una parte della magistratura rifiuta la tutela della vita umana; privilegia forme piu' o meno velate di eutanasia e di omicidio del consenziente; impone questa sua opzione al Paese violando le leggi in vigore». Il senatore del PDL ha già dimenticato la pessima figura rimediata da lui e dai suoi sodali di partito con il ricorso "per conflitto di competenze" respinto dalla Corte Costituzionale. Anche Francesco Cossiga, manganellatore emerito, finge di ignorare il pronunciamento della Corte Costituzionale insistendo sulle responsabilità della magistratura che si sostituisce al legislatore. Non fa meglio Roberto Formigoni che parla di  «condanna a morte» introdotta dalla magistratura. La ministra Carfagna, con i neuroni sovraeccitati dallo sforzo, riesce a dire: «togliere l' alimentazione ad un essere umano equivale a ucciderlo». Benedetta figliola, nemmeno in una circostanza così seria riesce a dire qualcosa di appropriato.

Alla sentenza sul caso Englaro si contrappone, nella stessa giornata, quella per la "macelleria messicana" messa in atto dalla Polizia nella scuola Diaz di Genova nei giorni del G8. Un verdetto, quello dei giudici genovesi, che non fa piena luce su una delle pagine più oscure della nostra storia recente. Solo 13 condanne a carico di poliziotti e funzionari, assolti i capi della Polizia. Come se la furia che si è abbattuta su centinaia di ragazzi innocenti fosse solo lo schiribizzo di qualche testa calda, come se la messa in scena delle false molotov non rispondesse ad una regia superiore. A Genova,  in quella notte d'estate,  la democrazia venne sospesa. Adesso, ancora a Genova, è stato sospeso lo stato di diritto. Ci sono facce di bronzo, come il mefistofelico ministro La Russa, che si permettono di  affermare che la decisione forse è stata «persino ingenerosa nei confronti degli agenti condannati».

Ma che cosa era successo, quella notte, nella scuola Diaz? Riporto, senza cambiare una virgola, l'articolo pubblicato dall'agenzia ANSA :«GENOVA - La mattina del 22 luglio del 2001 chi vide la scuola Diaz dopo l'irruzione notturna della polizia definì quei locali come torturati dal passaggio di un tornado, di quelli che abbattono tutto ciò che incontrano sul loro cammino: vetri rotti, computer divelti, indumenti strappati e sparsi dappertutto, tracce di sangue ancora fresco su pavimenti e pareti. Erano passate poche ore dal blitz che, venne spiegato allora dalle forze dell'ordine, era mosso dalla ricerca di armi e di persone, tra cui black bloc, che avevano partecipato agli scontri nei quali, poche ore prima, era morto Carlo Giuliani. Il bilancio complessivo fu di 66 feriti e 96 fermati. Nell'edificio di via Cesare Battisti erano ospitati il 'press center' di Indymedia e gli studi di Radio Gap (l'emittente ufficiale del contro G8) oltre a diversi ragazzi e ragazze che avevano preparato giacigli improvvisati stendendo i sacchi a pelo nelle sale e nei corridoi. Anche l' edificio di fronte, un'altra scuola, dove aveva sede il centro stampa del Genoa social forum, fu perquisito dalle forze dell' ordine: anche in questo caso computer e telefoni non si salvarono. Alla Diaz, l'ampio salone al piano terra che era stato trasformato dai giovani in dormitorio, fu completamente devastato: ovunque sacchi a pelo multicolori stracciati, maglie, pantaloni e camicie (quasi tutte lacerate) sparsi per l'intero vano, libri scritti in tante lingue diverse sparpagliati sul pavimento e pagine stracciate. In una saletta adiacente all'androne (l'area adibita dai giovani a 'quartier generale dell'informazione anti G8') diversi computer distrutti e gettati a terra. Rovesciati dai tavolini, con i monitor frantumati, le tastiere spezzate sul pavimento, cosparso da schegge di vetro delle tante finestre andate in mille pezzi. Ai piani superiori, tra indumenti e sacchi a pelo rovinati, spuntano anche tracce di sangue. E nei corridoi del primo piano, in diversi punti del pavimento, le chiazze di sangue ancora fresco si estendevano su parte della superficie. A dimostrazione della necessità del blitz la polizia esibì subito dopo le molotov, le spranghe, i coltelli e le tute nere che, venne detto, erano state trovate nella scuola durante la perquisizione. L'intervento, fu spiegato, si rese necessario anche perché una volante che passava di fronte era stata colpita da un lancio di pietre».

post citato da  in NetMonitor del 14 novembre 2008 
e da  in "Diaz, giustizia all'italiana" il 15 novembre 2008


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